Bluewashed 🐋🐬
Quando lo spazio pubblico diventa prezioso, l'arte che lo abitava smette di esistere
Soundtrack: Frankie hi-nrg mc - Quelli Che Benpensano
🗣️ “La legge non si piega ai Mondiali“
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Avrei tanto voluto parlarvi dell’opera di Banksy a Venezia “restaurata” e di tutte le persone che hanno fatto ADV su questo tema, ma sono invidioso perchè non mi hanno invitato e quindi oggi ti parlo di un tema serio e che quasi sicuramente non conosci: il VARA
1999, Dallas - Su una facciata di otto piani nel centro della città, Wyland completa la sua Whaling Wall #82: un enorme murale dedicato alle balene e alla vita oceanica, parte di un progetto internazionale nato con l’obiettivo di portare il tema della conservazione degli oceani all’interno dello spazio urbano. Per quasi trent’anni quell’opera è rimasta lì, diventando qualcosa di più di un semplice murale. Era entrata nell’immaginario collettivo della città, al punto da essere considerata da molti parte integrante del paesaggio urbano.
Poi, all’inizio di maggio, succede qualcosa di curioso. Wyland riceve un messaggio da uno sconosciuto che, passando davanti all’edificio, nota degli operai impegnati a coprire il murale con una mano di vernice blu scura. Nessuna comunicazione preventiva, nessun avviso, nessuna telefonata. L’artista in un intervista usa un termine che trovo perfetto: il muro è stato bluewashed. Un gioco di parole che descrive ciò che è successo materialmente al muro, ma che suona anche come un’accusa precisa verso chi ha deciso di cancellarlo.
Il motivo è legato ai Mondiali di calcio del 2026. Dallas ospiterà nove partite della competizione, più di qualsiasi altra città statunitense, e quella parete si trova in una posizione particolarmente visibile e strategica. Un luogo ideale per realizzare un nuovo murale celebrativo legato all’evento. Il proprietario dell’edificio avrebbe autorizzato l’intervento, la città ha dichiarato di aver rilasciato solo il permesso per occupazione del suolo pubblico, la FIFA ha preso le distanze dall’operazione ed il comitato locale dice di aver parlato con l’artista, ma quest’ultimo nega. Come spesso accade, tutti sembrano avere una buona ragione per non sentirsi responsabili.
Quello che mi colpisce, però, non è tanto la cancellazione in sé. Chiunque si occupi di arte urbana sa che un muro può sparire da un giorno all’altro. Succede da sempre. Quello che trovo interessante è la logica che sta dietro questa scelta.
Per quasi trent’anni quel murale è stato accettato, fotografato, raccontato e riconosciuto come parte dell’identità della città. Non era più soltanto l’opera di un artista: era diventato un punto di riferimento per chi viveva quel luogo. Eppure è bastato l’arrivo di un evento globale, destinato a durare poco più di un mese, per decidere che quel simbolo poteva essere sacrificato senza troppi problemi. E nella decisione nessuno ha avuto l’idea (o il coraggio) di parlare con la comunità o con chi vive il quartere.
Esistevano soluzioni alternative. Sarebbe bastata una copertura temporanea, un supporto reversibile, un intervento che permettesse di riportare alla luce il murale una volta terminati i Mondiali. Invece si è scelto il metodo più definitivo possibile. Oggi il risultato è una gigantesca parete blu: il vecchio murale non esiste più e quello nuovo, almeno per ora, non è ancora stato realizzato. Un perfetto esempio di come, nel tentativo di produrre qualcosa di nuovo, si riesca talvolta a distruggere qualcosa di esistente senza ottenere nulla in cambio.
La vicenda è ancora più interessante se si considera che negli Stati Uniti esiste una legge federale, il Visual Artists Rights Act del 1990, che tutela i diritti morali degli artisti sulle opere considerate di riconosciuto valore. In teoria, un caso come questo dovrebbe rientrare esattamente nelle situazioni per cui quella normativa è stata pensata. Eppure il muro è stato coperto lo stesso.
Ed è qui che nasce il dubbio che continuo a portarmi dietro: ha davvero senso parlare di tutela dell’arte pubblica quando il sistema interviene soltanto dopo che il danno è stato fatto? Perché se la protezione scatta quando il murale è già sotto uno strato di vernice e l’opera è ormai compromessa, allora non siamo davanti a una vera salvaguardia. Siamo davanti a una procedura burocratica che serve a stabilire responsabilità quando ormai non c’è più nulla da salvare.
Le leggi esistono. I regolamenti esistono. Gli strumenti esistono. Però a volte non abbiamo voglia di utilizzarli (o ci fa comodo non farlo, tanto si fa sempre in tempo a chiedere scusa… e questo lo sanno bene anche gli artisti).
Chiaramente non sono invidioso: fare una marchetta per un progetto finanziato da una banca che ha speculato su un edificio e su un opera di Banksy non fa parte del mio progetto. Facciamoci comunque due domande: manifestiamo contro le guerre, contro lo sfruttamento animale e tanto altro… ma prendiamo i soldi delle banche che finanziano tutto questo.
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📰 News
Il Banksy di Venezia è stato estrapolato dalla facciata su cui era stato realizzato ed è stato restaurato (anche se non sembra). L’opera verrà esposta per un periodo di tempo in diverse parti d’Italia e poi teoricamente tornerà al suo posto - Qui maggiori informazioni
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Dal 12 al 14 Giugno, se sei a Milano, ferma le date e passa da Trezzano S/N per Urban Giants: anche quest’anno decine di writer e artisti da tutto il mondo verranno a dipingere e lasciare le proprie opere sui muri - Qui maggiori informazioni
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📹 YouTube
Ho finalmente terminato di montare uno dei video più difficili per me: la visita alla mostra PUPPETS presso Stradedarts, l’associazione di KayOne. Una mostra dedicata ai characters, con bozzetti ed opere realizzate da writer che hanno fatto la storia di Milano; tra questi anche un bozzetto di KAOS, cosa assurda da vedere!
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💡 Idee e tempo libero
Grazie all’Hip Hop Cinefest ho avuto modo di vedere e recuperare una serie di documentari sull’arte urbana molto interessanti. Questo, di diversi anni fa, è organizzato in quattro diversi mini documentari, te lo consiglio
🕵️ About Gian: “Time Out Time Out”
Non ho grande voglia di parlare della mia vita privata in questa newsletter perché le batterie sono veramente a zero, ma una frase che mi ha detto O mi è rimasta addosso: “devi agire di più, buttati”. Servono persone che ti spingono, anche quando lo fanno in modo diretto, senza filtri, e ti costringono a guardare la realtà.
Parliamo di Disagian: dopo la pubblicazione del video con KayOne ho ricevuto una sua chiamata. Da sempre ho un approccio piuttosto pessimista, quindi mi aspettavo una lista di errori. Invece è stato l’opposto: apprezzamento per il lavoro, per il montaggio, per l’impegno. Una cosa semplice, ma che ha avuto un effetto concreto. Mi ha tolto alcuni dubbi e mi ha rimesso in moto, soprattutto mentre sto cercando di chiudere il montaggio dei video di Valencia, che sono sette e non esattamente leggeri da gestire.
Nel frattempo sono stato invitato a un evento a Milano organizzato da MUROMi. Here and Now è un format che mescola arte urbana e clubbing: ha già funzionato in città come Amsterdam e il tentativo di portarlo in Italia mi sembra interessante, anche perché non è un’operazione semplice e, per ora, sta ricevendo buone risposte.
Ma parliamo di me, parliamo di me… (cit.)
Il mese è stato intenso. Rientrato da Valencia ho avuto poco tempo per riprendermi mentalmente: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Per un periodo mi sono anche goduto le giornate di sole per tornare in vespa, poi è arrivato il caldo vero e ha smesso di essere una buona idea.
Sono riuscito a vedere Blu all’opera. Vederlo lavorare a mano libera è una di quelle cose che ti restano addosso: non ho parlato molto, ho solo osservato. A volte è sufficiente quello.
Ci sono stati anche weekend molto pieni. Un team building tra Fiesole e Firenze. Una cena senza troppo senso con M che mi ha presentato una serie di cugine e mi sono ritrovato dentro un “affare di famiglia” senza averlo pianificato. Non avevo firmato per quella situazione, ma alla fine è stato piacevole.
L’Inter ha vinto lo scudetto. Dopo anni sono tornato abbonato, ho visto quasi tutte le partite allo stadio e alla fine è successo davvero. Non ho molto altro da aggiungere, se non che certe stagioni arrivano nel momento giusto.
E mentre chiudo queste righe sto pensando a ieri: sono tornato al Nameless Festival dopo quasi dieci anni. Un festival che ci prova, ma che secondo me non ci riesce del tutto: troppi buchi, troppi problemi strutturali, gli stessi errori che ricordavo. Detto questo, non è semplice mettere in piedi una cosa del genere e infatti la maggior parte delle persone era contenta. Io probabilmente sono solo quello che guarda troppo i dettagli. Almeno mi sono goduto una giornata di musica elettronica, anche se fino alle 20.
Come sempre se vuoi fare due chiacchiere ed approfondire qualcosa fatti sentire,
G.
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Bravissimo! Sono d'accordo su tutto, e spero che il muro blu non venga riempito con il faccione dell'attuale presidente. Ma sono soprattutto d'accordo sulla parte finale: sono personalmente convinta che la finanziarizzazione della politica e della vita sia il peggiore dei mail di questi tempi. Cosa fare concretamente, però? attenzione, la mia non è una domanda retorica: sono disperatamente alla ricerca di una ipotesi veramente alternativa.
Ottima riflessione, come sempre! PS spero di vederti ad Assedio!!!